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ITM Valsesia – Considerazioni finali

di Giancarlo Maculotti

 gli uomini dalle alte montagne_riflessioni ITM 2011     logo la cucina delle Alpi tra tradizione rivoluzione

Itm Valsesia 2011_considerazioni finali di Giancarlo Maculotti

La Valsesia dopo Varallo diventa stretta ed impervia soprattutto nel ramo che porta a Carcoforo. Salendo con gli amici degli Incontri tra/montani verso il piccolissimo comune che ospita il convegno ci chiediamo: ma dove sono i prati, i campi, i pascoli? Andremo a parlare di cibo nella tradizione alpina, ma qui che cibo potevano produrre se non un po’ di castagne? Diverso il ramo della valle che sale verso Alagna: lì la campagna esiste e si presta per le tipiche coltivazioni in quota. Carcoforo è un incanto. I tetti in pietra che mi richiamano quelli del mio paese negli anni sessanta e i fienili in legno, rimasti tali, non trasformati in chalet. Ma, mi chiedo, che cosa penseranno i giovani che stanno quassù?

I ragazzi sono convinti che “non c’è nulla” in paesi dieci, venti volte più grandi, a pochi chilometri (4-5, non 27!) da comuni grossi dotati di tutti i servizi, figuriamoci quassù. Dovevano essere ben disperati questi Valser per insediarsi in luoghi così solitari! Ma erano epoche diverse e entrare nella mentalità dei dissodatori1 di cinque secoli fa non è facile.

Oggi i giovani montanari dei piccoli paesi sono tristi e vivono la montagna come una prigione. Non so dar loro torto. Con l’esigenza che hanno di avere rapporti sociali un po’ più estesi di quelli esistenti in comunità così striminzite, non possono che avere la sindrome del carcerato.

Ma mi chiedo: c’è un futuro per questi paesucoli da 80-200 abitanti? Faccio il sindaco in una metropoli di 673 persone e conosco bene la difficoltà a sopravvivere dei piccoli paesi : scuola con pochi alunni, centro storico abbandonato, vita culturale (nonostante gli sforzi della mia giunta) asfittica, neanche una palanca per i nostri progetti di svolta (albergo diffuso, recupero dei vigneti ecc).

Il legislatore nazionale ha già decretato la nostra morte. Il killeraggio sembra momentaneamente fallito. Ma non è così. E’ solo rinviato. Il problema dei costi è un problema reale, non possiamo nasconderci dietro un dito. I giovani montanari sono tristi2? Certamente sì. Soprattutto se non hanno studiato e non si sono mai mossi dalle loro case. Non sono tristi coloro che ritornano volontariamente dopo esperienze lontane e sono colti (che non significa necessariamente laureati).

Allora mi interrogo: come riprodurre l’atteggiamento, la psicologia, i desideri del dissodatore3 che ha popolato queste montagne, anche le più impervie? I Valser non fanno testo. E nemmeno i Cimbri e i Valdesi. Fuggivano da situazioni sicuramente difficili o da persecuzioni e non avevano grande possibilità di scelta. Potevano insediarsi solo nei posti lasciati liberi dai più antichi colonizzatori ed erano tollerati solo se rimanevano lassù. I Valdesi potranno scendere sotto gli 800 metri dopo il 1848 con un provvedimento legislativo di Carlo Alberto che si merita così eterna gratitudine e un monumento a Torre Pellice.

Ma oggi, la scelta della montagna chi la può fare e a quali condizioni? Chi è capace di vivere senza un centro commerciale, un ospedale, uno stadio, un bar pieno di sfaccendati, a tiro di schioppo? Pochi eletti, diciamolo subito. Colti e di una certa età. Non certo i giovani. Non certo le ragazze che per motivi quasi “biologici” vogliono vedersi circondate da abbondante truppa.

Allora vuol dire che la sfida è ardua e non bisogna esorcizzarla ma affrontarla di petto per quello che è: una lotta quasi impossibile totalmente controcorrente. Ci sono delle possibilità? Certo, ma non vengono da sole.

Diciamo che lavora a nostro favore la grande città. Oggi bisogna essere bacati per dire che si vive bene in una metropoli. Nella città è tutto contro natura: gli spazi, il verde, il traffico, la competitività, il rumore, l’inquinamento. In una parola l’oppressione tipica dei grandi ambienti affollati. Eppure il mondo corre tutto lì. La popolazione urbanizzata è in continuo aumento mentre le montagne si spopolano. Non fa niente se in paese c’è la scuola, la posta, la farmacia, il municipio. Si spopolano né più né meno.

Lavora a nostro favore la cultura: l’avvocato, l’insegnante, il commercialista che vuole vivere in modo più umano può lasciare la città e andare a fare il capraio a Carcoforo. Ma attenzione: non lo fa per disperazione: lo fa perché il conto in banca ce l’ha e mal che vada… Lo fa perché sa vivere anche senza solitarie opprimenti vocianti moltitudini (ma non prima di averle amate e vezzeggiate ed essersi libidinosamente immerso almeno ai tempi dell’Università). Lo fa se la moglie lo permette o condivide e i figli sono già grandi e belle e laureati. Lo fa se è un appassionato lettore e ha capito che la felicità è solo ed esclusivamente nell’immersione totale in un letto di libri (ora si può portare l’I-Pod con 10 mila volumi incorporati. Non c’è neanche la fatica del trasloco). Lo fa insomma in circostanze talmente particolari che sono difficilmente riproducibili.

La speranza è quella che di saggi spostati come questi ce ne siano sempre di più e che la città ne produca in forma industriale. I montanari tristi ed ignoranti invece non devono rimanere quassù. Fanno solo danni. E’ meglio che s’inurbino alla svelta e la smettano di rompere. Con questi ultimi non c’è nulla da fare. La partita è proprio persa.

Il magnetismo della montagna funziona solo per chi non è corrotto dalla civiltà consumistica o se ne è già abbondantemente abbeverato fino alla nausea. Con gli altri no. Se è la città che rende liberi si va in città. Mi pare ovvio. Diventasse la montagna impervia foriera di libertà, i poli della calamita si rovescerebbero. Del resto non è successo così con i dissodatori? Partivano e si stabilivano sui ronchi perchè il ronco li liberava dal servaggio. Altrimenti, non preoccupatevi, sarebbero rimasti dov’erano. Vicini ai teatri, alle terme, alle vie lastrate, alle campagne coltivabili con buoi e meno maledetta fatica nelle braccia. Il travaglio (travaille) che ti piega il corpo anzitempo e te lo riduce incartapecorito a quarant’anni. Si corre verso la libertà. La schiavitù se possibile la si rifugge.

In montagna che si può fare? Si diventa produttori di cibo genuino e di qualità. Caprai. Pecorai. Panettieri. Ortolani. Il cibo: ecco il tema del convegno di quest’anno. Il recupero della tradizione non è solo operazione culturale di rilievo o ricerca di storia economica un po’ accademica. Il cibo e l’economia sono da sempre strettamente legati. Anzi, esagerando un po’, possiamo dire che per economia s’intende l’organizzazione umana intesa a produrre cibo. Con annessi e connessi. Il confronto sulla produzione di cibo nelle Alpi, pur partendo dai medesimi ingredienti di fondo (rape, patate, miglio, segale, mais, senza trascurare la lavazza e li gumedi 4 e carni di vario genere) ci ha convinto della immensa varietà gastronomica della tradizione valligiana. Parafrasando don Milani5 potremmo dire che “i piatti (come le lingue) li inventano i poveri e i ricchi se ne appropriamo per sfottere chi non mangia come loro”. Andrebbero citati i relatori uno per uno per far capire la ricchezza delle ricette pre e post colombiane che i popoli della campagna e della montagna si erano inventati con una creatività inimmaginabile. 

Oggi questa creatività va ricostruita artificialmente. Le scuole alberghiere (ottima la proposta dell’Alberghiero di Varallo la prima sera) servono a questo. Anche la cultura dello stare in montagna va costruita con precisa intenzionalità. Ecco la funzione dell’Università della montagna di Edolo in Valle Camonica dove lavora l’amico Corti. E, se volete, ecco la funzione degli Incontri Tra/montani. I nostri convegni itineranti sono inseriti in questa sfida squisitamente culturale. Creare relazioni tra le valli significa divulgare certezze sulla montagna in un mondo che la montagna fondamentalmente disprezza e vuole usarla solo per andare a passeggiare o a sciare con scelte spesso stupide o per lo meno discutibili (sei-sette ore di auto in coda per tre ore scarse di sci!).

Insomma, per farla breve, il nostro defi ha come obiettivo ultimo quello di creare montanari felici sconfiggendo la cultura deteriore, rinunciataria, del montanaro triste. Ci riusciremo? Lasciateci qualche secolo di tempo.

1  Annibale Salsa, IL TRAMONTO DELLE IDENTITA’ TRADIZIONALI, Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, Pagine 204, Priuli & Verlucca editori, Ivrea 2007) sostiene da tempo la teoria del bonificatore che popola le montagne e io la condivido pienamente.

2 Cfr. Christian Arnoldi, Tristi montagne, guida ai malesseri alpini, Priuli & Ferlucca, 2009 e intervento di Michele Corti su www.ruralpini.it.

3 Il mio è il tipico cognome del dissodatore secondo Le Goff. “Maculati” erano gli schiavi che, andando in montagna a strappare alla roccia e al bosco campi e prati coltivabili, potevano conquistarsi la libertà diventando piccoli proprietari.

4 Per capire di che si tratta basta leggere gli atti degli Itm 2010 nei Lessini.

5 Cfr. Lettera a una professoressa, Firenze, 1967.

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Nessun commento

  1. domenica finini ha detto:

    come sempre.. leggerti è coinvolgente e istruttivo..

    ciao Domi

  2. domenica finini ha detto:

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    ciao Domi

  3. domenica finini ha detto:

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  4. domenica finini ha detto:

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  5. domenica finini ha detto:

    come sempre.. leggerti è coinvolgente e istruttivo..

    ciao Domi

  6. Alessandra Andreoil ha detto:

    Complimenti per l’analisi approfondita, attenta e soprattutto realistica che condivido pienamente. La scelta della montagna è bene sia fatta “da pochi ma buoni”.
    Ciao Alessandra

  7. Giancarlo ha detto:

    Che piacere incontrarvi al Circolo Ghislandi, seppur solo virtualmente. Grazie per i vostri commenti. Spero ne arrivino altri.
    Giancarlo