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Introduzione al Convegno su Gadda

Edolo, 8 ottobre 2011

a cura di Giancarlo Maculotti

Alpino e scrittore in alta Valle Camonica

Introduzione al Convegno su Gadda_Giancarlo Maculotti

Spiegare perché i comuni dell’Alta Valle Camonica hanno aderito tutti ad un progetto centrato sulla figura della scrittore Carlo Emilio Gadda che prevede:

  • l’installazione di 44 pannelli;
  • il Concorso letterario;
  • la distribuzione di materiale didattico alle scuole

e questo Convegno, è subito fatto.

Se prendiamo in mano “Il Giornale di Guerra e Prigionia” del nostro autore, ci accorgiamo immediatamente del legame fra il soldato scrittore, ancora per nulla conosciuto, e l’Alta valle Camonica. “Acquistai questo quaderno oggi, in Edolo, al bazar Edolo, 24 agosto 1915”. A parte alcune poesie giovanili il diario di guerra di Gadda (benché esca in prima edizione per l’editore Sansoni solo nel 1955, dopo de “Il Castello di Udine” del 1934) è indubbio che costituisca la prima prova importante di scrittore del grande autore lombardo. Che le prime parole scritte da Gadda, come ha sottolineato anche Luigi Cattani in un suo saggio per l’Ateneo di Brescia, vengano vergate a Edolo e poi a Precasaglio e a Ponte di Legno, può essere di poco interesse per lettori e critici. Per noi invece, che siamo nati e cresciuti in questi luoghi, riveste una indubbia curiosità, non solo per motivi campanilistici, ma per due ragioni che cercherò di spiegare in questa breve introduzione.

La prima. La guerra segna tutta la produzione artistica del nostro scrittore. Lo dicono, con dovizia di argomenti, tutti gli autori che si sono interessati di Gadda. Ne cito brevemente alcuni. Fiammetta Crivelli nel suo libro “La cognizione della guerra. L’esperienza della prima guerra mondiale in Gadda: la perdita di sé e la sconfitta della memoria”[1] dice: “è certamente la ‘grande guerra’ l’esperienza bellica destinata ad essere determinante non solo nella vita dell’uomo ma anche nell’opera della scrittore”. Sempre la stessa autrice a pagina 39 dello medesimo libro scrive: “Nel Giornale, o piuttosto nell’esperienza bellica che esso descrive, troviamo la maturazione di un seme già insito nello scrittore, che nella guerra trova il terreno fertile su cui crescere”. Infatti la sua filosofia di vita, la sua psicologia, le sue patologie, il suo stile, la sua rabbia contro la disorganizzazione italiana (amatissima Italia) emergono fin dalle prime pagine scritte a Edolo all’albergo Derna. Sempre la Crivelli, a pagina 57, “ad indicare come la guerra con le sue vittime e i suoi carnefici, fornì un nucleo di temi, di immagini, di stati d’animo di cui né lo scrittore, né la sua scrittura si libererà mai”. Così Caterina Verbaro in “La cognizione della pluralità, letteratura e conoscenza in Carlo Emilio Gadda”[2] scrive: “Il GdGeP non costituisce semplicemente la preistoria dell’opera letteraria di Gadda, ma la sede propulsiva da cui tutti i motivi della sua opera futura trarranno origine”. La stessa Verbaro ribadisce a pag. 37 lo stesso concetto: “La guerra, col suo carico di delusione e dolore, diventerà il nucleo germinatore di senso della scrittura narrativa, una traccia autobiografica da secretare e da proteggere dietro il filtro dell’invenzione letteraria”. Rinaldo Rinaldi in “Gadda”[3] scrive: “Nasce qui un sentimento che accompagnerà per sempre Gadda: quello di essere un sopravvissuto che ha preso il posto di chi avrebbe più meritato di lui di vivere perché più adatto alla vita”. Si riferisce evidentemente al fratello Enrico, caduto in guerra, e lo stesso scrittore – citato da Rinaldi – sottolinea “La mia vita è stata veramente spezzata: essa mi è indifferente,  mi appare inutile […] senza di lui non c’è più nulla, nè la patria, né il lavoro, né l’amore, né l’avvenire, perché lui non ne ha più”. Annoto, en passant, che nello stesso periodo in cui Carlo Emilio è a Edolo, Enrico, il fratello, è a pochi chilometri sul Montozzo, e i due si cercano e si scrivono, ma non riescono mai ad incontrarsi. Nel diario del 1915 c’è continua traccia di questo vano rincorrersi. Il professor Cenati (ma poi ne parlerà meglio lui) nel suo saggio “Frammenti e meraviglie. Gadda e i germi della prosa breve”[4] scrive: “A giustificare e perpetuare il corrucciato isolamento del protagonista nell’Italia del dopoguerra è un’ottica retrovolta: l’irresistibile sguardo dei caduti orienta la sua parola: <<Ma, fra i cubi delle roccie divelte, atroci brandelli, maschere tumefatte, costringono i nostri occhi in una fissità perversa ed orrenda>>[5]. Nel libro “Per favore lasciatemi nell’ombra. Interviste 1950-1972”[6], a cura di Claudio Vela, altro illustre nostro relatore, si dice: “La guerra […] è rimasta una sanguinosa delusione che ha intaccato il suo idealismo. La piaga di Caporetto, ad esempio, non si è ancora rimarginata, e a ogni fine ottobre Gadda è più cupo del solito, il dolore e il lutto si perpetuano…”. E’ lì, in quei primi mesi di guerra, che Gadda si fa un giudizio sugli italiani che non mi risulta cambierà più nell’arco di tutta la sua vita. Scrive  nel GGP a pag. 142 il 24 luglio 1916: “Quand’è che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di imbruttire il mondo col disordine e con la prolissità dei loro atti sconclusionati, proverrà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore, sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? Perché farmi perdere tre mesi al Tonale? Se non volete passarmi di complemento, cosa che dovrebbe interessare più a voi che a me, perché è a voi, italiani, che difettano uomini che vogliono andare al fronte…[…] porci ruffiani, capaci solo di essere servi, e servi infedeli e servi venduti, andate al diavolo tutti”. Nel saggio di Elisabetta Carta, altra nostra relatrice,vincitore dell’Edimburgh Gadda Prize, si ribadisce lo stesso concetto riguardo alla guerra e alla vita. Il GGP “consente di seguire nel suo farsi il contorto percorso interiore dell’uomo Gadda, e, insieme, di gettare un’ombra su tutta la sua produzione posteriore che trova nella grande guerra tragica matrice”[7]. Ed in effetti l’ombra della guerra pervade quasi tutte le opere gaddiane. Ne cito solo alcune.“Il castello di Udine” è una posteriore rielaborazione delle riflessioni sulla guerra a partire dalle pagine dedicate all’mpossibilità di un diario di guerra” fino ad “Imagine di Calvi”, pagine toccanti su Gadda che incontra sul Pian di neve Attilio Calvi morente.“La meccanica” è un romanzo d’amore, tema centrale il classico triangolo, ma non a caso è ambientato nel periodo bellico della prima guerra.Ne “La Madonna dei filosofi”[8] la giovane Maria Ripamonti è promessa sposa ad un volontario morto in guerra.In “Eros e Priapo”, di cui parlerà il prof. Pierangelo Ferrari, viene messa in relazione l’aggressività, matrice di tutte le guerre, con il narcisismo tipico di tutti i dittatori.E “La cognizione del dolore” non è il raggiungimento, sempre attraverso il contatto con la morte e la perdita del fratello, della piena consapevolezza della sofferenza del vivere dovuta a mille ragioni ma soprattutto all’inadeguatezza dell’essere umano dinanzi alle tragedie della vita?Se quindi Gadda è già Gadda nelle prime pagine del suo diario scritto in alta Valle Camonica, qualche valida ragione per tornare sul “luogo del delitto” ci pare ci sia. Poi c’è un altro motivo che ci porta al legame con il duca di Sant’Aquila, (come si autobatezzò Gadda in un gioco giovanile): quello che scrive e dice dei camuni e dei valligiani in genere in diversi passi delle sue opere. La frase per noi più interessante, riportata anche sul depliant, è indubbiamente quella che ritroviamo in “Eros e Priapo” a pagina 152: “Il popolo mi ha offerto i modelli sublimi de’ bergamaschi e camuni, de’ piemontesi; e certi vecchi saggi operai che ancora li vedo lavorare: li vedo vivere in un mondo il quale sta già disparendo dalla mia anima come orizzonte in fuga”. Non ci è dato di sapere del perché di questa ammirazione. Si può intuire per la laboriosità, la sobrietà nelle parole, il senso del dovere, la dedizione senza ricatti (tutti aspetti che – aveva ragion lo scrittore  – si sono ormai liquefatti come neve al sole ma che caratterizzavano il nostro popolo contadino). Ovviamente, poiché Gadda non eccede mai in retorica, ci sono anche gli strali contro la nostra parlata (o meglio, quella della media e bassa valle): l’abominevole dialetto bergamasco costituito da gutturali grugniti che partendo da oinos, passando per vinum arriva alla sola lettera “i” per dire vino[9].I camuni sono nominati, cito solo telegraficamente, a pagina 44 e 63 de “Il castello di Udine” e a pagina 96 e 145 de “La meccanica”. Non cito le innumerevoli volte che lo scrittore ricorda, in varie opere, i nostri luoghi e le nostre montagne con qualche ironia sui nomi tipo “Ercavallo”.Mi pare che basti per giustificare in nostro impegno in questo progetto che, faccio appello ai miei colleghi sindaci, sarebbe opportuno continuasse nel tempo con Convegno e Concorso biennali per divulgare il più possibile l’opera del grande lombardo, ma anche per aggiungere ulteriori elementi di qualità alla già ricchissima, per ciò che ha di artistico e culturale (ma che non sempre sa apprezzare in modo adeguato) Valle Camonica. 


[1] Edizioni Aracne 2007, pag. 11.[2] Ed. Le lettere, Firenze 2005, pag. 31

[3] Il Mulino, Itinerari, Bologna 2010

[4] Unicopli, 2010, pag. 71

[5] C.E.G., Manovre di artiglieria di campagna, in “La Madonna dei filosofi, Einaudi, 1973.

[6] Adelphi, …., pag. 177.

[7] Cicatrici della memoria, edizioni ETS 2010, pagg. 40-41.

[8] Einaudi, 1975.

[9] Per favore… cit., pagg. 98-99.

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